Il senso della vita sicuramente non è ridotto al semplice: lavora compra consumi muori. Personalmente non riesco a pensare a una cosa del genere, non riesco a pensare che la mia è solo un “oggetto finanziario“. Noi siamo spirito ancor prima di materia. Non dimentichiamo che Seneca diceva “la vita, senza una meta, è vagabondaggio», trovandomi in accordo però anche con i pensieri del mistico indiano Inayat Khan, che proclama «beato colui che ha trovato nella vita lo scopo della propria esistenza», che con quello dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, quando afferma che «è proprio la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita interessante».

Nel mondo in cui viviamo c’è un grave problema, spesso minimizzato o completamente ignorato: la nostra società è basata sull’ipersfruttamento dei paesi più deboli economicamente da parte delle grandi potenze internazionali, come USA. e Comunità EuropeaNon esiste più nessun limite allo sfruttamento delle risorse del sud, cioè forza lavoro e ambiente. Che senso ha quindi questa società, questa vita? Che senso ha tutto in una società essenzialmente ed unicamente materialista, quale la società dei consumi, una società prettamente industriale e capitalistadove effettivamente forme di sfruttamento capitalista ne esistono, e moltissime, verso tutti, uomini, animali, ambiente. Non possiamo quindi limitarci passivamente ad accettare questo modello dove vivi consapevole di sole quttro cose: “lavora compra consumi muori”

Questa società cosa si aspetta da noi, dagli uomini, dai lavoratori: il consumo. Il consumo dei beni che vengono prodotti, siamo simili a bestiame all’ingrasso, utilizzano lo stesso principio. I mass media non fanno altro che indurci a comprare sempre più, a sprecare e buttare ciò che si ha già. In Europa, come in USA, c’è una forte sovrapproduzione di beni di consumo, il più delle volte ottenuti tramite esportazioni dai paesi sfruttati, un surplus spaventoso che basterebbe a sfamare il Terzo mondo. A livello mondiale il paese che sperpera di più è l’Arabia Saudita, seguito a ruota dagli Stati Uniti; in Europa le prime di questa classifica sono Svezia e Finlandia. E i governi, al contrario del “popolino”, ne sono pienamente consapevoli.

E allora perché si va avanti a produrre troppo e a sprecare tutto? Semplicemente perché torna comodo alle potenti lobby industriali, che non più soddisfatte del settore economico, invadono anche quello politico. Continuano nelle produzioni  ai danni del territorio, con il benestare dei governi e rendono miopi e ciechi i cittadini. Ci nascondono così l’abisso dove ci stanno portando. La sempre più facile (e favorita) mobilità tra i ceti e le categorie sociali produce una moltiplicazione delle propensioni al consumo, soprattutto per quanto riguarda il prioritario consumo-simbolo di successo sociale. Non c’è cosa più sbagliata. Voglio anche aggiungere un dettaglio non indifferente a ciò, sulla malafede delle femministe. Nell’istituto familiare, fondamentalmente scosso nella società dei consumi, si manifesta una marcata atomizzazione dei suoi elementi. La famiglia diviene policentrica, quindi tende a moltiplicare i consumi. I figli si sottraggono all’autorità familiare in giovane età e per loro il consumo autonomo diviene, oltre alla necessità di «vivere» proprie esperienze, una forma accentuata di emancipazione psicologica. La donna nella società dei consumi lavora. Il lavoro femminile nasce come necessità, nella società industriale, a causa di un reddito familiare troppo basso. Ma non si evidenzia ciò tutt’altro, esso diviene affermazione di emancipazione, fomentata dalla propaganda femminista. Follia.

Potrei aggiungere altre decine di cose nel dettaglio, ma ben chiaro è che questa società fondata sul lavoro deve terminare. Appare chiaro come ogni intervento a livello economico passi, obbligatoriamente, attraverso la conquista di una nuova società politica.

L’alternativa può nascere esclusivamente da una prospettiva di rinnovamento che comprenda, in un unico armonico, politica ed economia, cultura e società, valorizzando l’uomo nel suo essere, non come ingranaggio fondamentale di quel modello “lavora compra consuma muori“. Nella dimensione selettiva e costruttiva ditale realtà, la partecipazione politica del singolo sarà garantita dalla struttura meritocratica dello Stato. La selezione meritocratica della società prenderà vita e realtà dalle effettive capacità costruttive dei suoi componenti. Per questo ogni cittadino si deve responsabilizzare e diventare parte attiva della collettività.

In questo breve articolo, con l’analisi che abbiamo ho cercato di esporre, quanto coercitiva una società basata sull’economia consumistica, nei confronti dell’individuo. L’individuo è parte della collettività con il suo essere, con la sua dignità. Non siamo numeri, non siamo oggetti: siamo uomini.

Cludio Lauretti