Uno studio concluso nell’ottobre del 2016, pubblicato su Nature (integrale, in inglesenel giugno del 2017, dimostra – con dati di analisi sul campo – che ogni anno finiscono in mare tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, trasportate dai fiumi, per il 74% nel periodo tra maggio e ottobre.

Un secondo studio, più recente (ottobre 2017), basato sull’analisi di campioni di plastica e sull’elaborazione di dati acquisiti da ricerche precedenti, identifica i 10 principali fiumi che trasportano negli oceani il 90% circa della spazzatura di plastica: lo studio, pubblicato su Environmenthal Science & Technology (sommario, in inglese), è discordante dal primo solamente sulla quantità complessiva dei rifiuti, in questo caso stimati in 4 milioni di tonnellate.

Se le immagini delle isole di rifiuti nel Pacifico e negli altri oceani hanno fatto il giro del mondo suscitando indignazione nell’opinione pubblica globale, i mari d’Europa non se la passano meglio. I numeri dell’inquinamento da plastiche sono impressionanti: l’Unione europea stima in 100mila le tonnellate che ogni anno finiscono nei mari del vecchio continente, solamente dalle aree costiere. Sono molte di più, se consideriamo le zone interne, le navi mercantili e i pescherecci.

Altresì, la commissione indetta da Seas at risk, la piattaforma che mette in rete 32 associazioni ambientaliste del continente, del calibro di Legambiente, dà l’idea delle dimensioni della questione e ne traccia il quadro con pennellate ampie e precise. Partendo dalle fabbriche. L’Ue (Regno Unito incluso) ha prodotto nel 2015 il 18,5% della plastica mondiale, qualcosa come 58 milioni di tonnellate, 11 destinate all’export. Il 39,9% (più di 23 milioni) sono imballaggi usa e getta. Sei Paesi consumano il 70% di tutta la plastica utilizzata nei 28 Stati Ue: Germania (24,6%), Italia (14,3), Francia (9,6%), Spagna (7,7), Uk (7,5), Polonia (6,3). 

Di questo mare nel mare, le plastiche monouso sono uno dei problemi maggiori. C’è di tutto: dai filtri di sigaretta alle bottiglie e ai tappi, dai bicchieri ai contenitori per cibo, ai famigerati cotton fioc che si intasano anche i depuratori. Per non parlare delle microplastiche, ingerite da pesci e altri animali marini, da anni nella catena alimentare: un boomerang insidioso che arriva diretto sulle nostre tavole. È il più grave problema di inquinamento attualmente presente nei mari: più del 79% degli oggetti rinvenuti sulle coste Nord orientali dell’Atlantico, per esempio, è di plastica o polistirene.  

È come se, ogni minuto per 365 giorni, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in acqua. Senza sosta. Se non ci sarà un cambio di rotta, con una diminuzione della produzione e una maggiore attenzione allo smaltimento, nel 2050 i camion al minuto diventerebbero quattro. In quella data, in termini di peso, gli oceani potrebbero contenere più bottigliette che pesci. La situazione non è certo meno allarmante nei nostri laghi e fiumi.

Occorre un piano strategico di tutela che adotti misure repressive all’abbandono di plastica nelle vicinanze dei corsi d’acqua e un invito all’industria dei contenitori all’utilizzo di materiali biodegradabili o riutilizzabili come il vetro e istituire dei centri di raccolta della plastica in cui sia stabilito un valore alla stessa da corrispondere al cittadino che la consegna adeguatamente compressa e selezionata.

Ma non tutte le notizie sono negative, in quanto una nota positiva c’è (per modo di dire): la Boyan Slat. Una macchina progettata per pulire gli ocenani. La macchina sarà diretta verso il Pacific Trash Vortex dove comincerà a raccogliere tonnellate di rifiuti plastici accumulati dalle correnti oceaniche.

La visione di Boyan Slat è diventata realtà. Sono passati cinque anni da quando Slat, appena diciannovenne, ha lasciato gli studi in ingegneria aerospaziale per dedicarsi alla sua missione, pulire gli oceani dalla plastica. Il ragazzo prodigio olandese ha fondato la ong Ocean Cleanup e ha progettato una macchina per raccogliere rifiuti plastici dal mare sfruttando le correnti oceaniche. Dopo uno studio di fattibilità e una campagna di raccolta fondi di successo, il macchinario chiamato Ocean Array Cleanup è pronto per essere testato sul campo. 

Claudio Lauretti