Questo articolo vuole essere da spunto di riflessione non solo per il prossimo Governo (euroscettico a guida Lega-M5S), ma per l’intera linea guida politica economica internazionale, che mette al centro uno dei temi più discussi da sempre: il “debito pubblico“.

Partiamo da un esempio semplicissimo: Se una famiglia è indebitata, deve i soldi a qualcun’altro, il quale deve rientrare del credito contratto. Ma se l’economia deve rendere i soldi a se stessa, come possiamo definire l’economia stessa debitrice o creditrice? Da ciò possiamo facilmente dedurre come il debito pubblico non rende l’economia più povera, e su come pagarlo non rende l’economia e i cittadini più ricchi.

In molti pensano che il debito pubblico sia il saldo negativo tra le entrate e le uscite del bilancio statale causato dai quei governi spendaccioni che negli ultimi decenni ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità. Non è così. L’incapacità, gli sprechi e le ruberie dei politici contribuiscono solo ad alimentarlo. Ma dobbiamo avere ben a fuoco che la causa è ben altra. All’origine del debito pubblico, che ha generato nei conti dello Stato una voragine in continuo aumento, vi è un meccanismo ben congeniato definito “Signoraggio Bancario”. Un termine, non a caso, di origine medioevale.

L’aspetto trascurato riguarda la definizione di signoraggio bancario, oggi fuorviato in modo consapevole. Secondo la Banca d’Italia il signoraggio è «l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta», come confermato anche dal sito web ufficiale. Tali redditi sono quindi “derivati” dall’emissione di moneta, ma non sono la stessa moneta. Questo non è dettaglio da poco. In altre parole, il signoraggio sono gli interessi dei titoli di Stato ricevuti in cambio della moneta stampata e poi trasmessa alle banche commerciali. Ora invece il buon senso ci dice che il reale signoraggio sono proprio le banconote in circolazione, che senza alcun motivo sono poste tra i passivi del bilancio.

Un motivo storico in realtà c’è. Il motivo è che, quando la moneta era l’oro, essa veniva depositata presso chi già era attrezzato per conservarlo adeguatamente, cioè chi lavorava l’oro. Il depositante riceveva una ricevuta, una “nota di banco”, antenata dell’attuale banconota. Quando il depositante poi, girando per il mondo con la sua “nota di banco”, realizzava un acquisto di merce, invece di cedere l’oro, cedeva la “nota di banco”. Quindi l’oro smise di spostarsi e nel bilancio l’oro era posto tra gli attivi, mentre le “note di banco” erano giustamente tra i passiviMa oggi le nostre banconote non vengono emesse in ragione di una quantità di oro depositato, sono create dal nulla in funzione delle richieste del mercato, quindi la loro apposizione tra i passivi è solo una convenzione, una convenzione che può (e dovrà) essere cambiata. Tanto è vero che per il bilancio dello Stato già è così, quando lo Stato oggi stampa le monetine euro queste vengono ovviamente messe tra gli attivi. E se tornasse a stampare la sua moneta, lo Stato metterebbe tra i propri attivi tutta la moneta creata, con enorme beneficio per il proprio bilancio e per l’abbattimento del debito pubblico.

Una conseguenza importante, di cui in pochi ne parlano, è che una quota rilevante dei depositi che le banche riportano in bilancio come “debiti verso la clientela” genera redditi in tutto e per tutto analoghi alle rendite da signoraggio generate dalle monete legali (monete, banconote e riserve) emesse dallo Stato. Come si mostra altrove, tale forma di signoraggio introduce nell’economia reale un elemento strutturale di sottrazione netta di risorse, con effetti deflattivi su profitti e/o salari e con conseguenze redistributive e di frizione fra capitale e lavoro, che andrebbero attentamente studiati.

Se lo Stato si riappropriasse del diritto di stampare moneta l’Italia non avrebbe debiti e le risorse rese disponibili sarebbero impiegate esclusivamente il benessere del popolo italiano.

Claudio Lauretti