Avete letto bene, nessun fraintendimento, nessun errore: gli Stati Uniti tornano al consumo primario di carbone.
Dopo l’età del legno e dei mulini ad acqua, alla fine del Diciannovesimo secolo il carbone è diventato la prima fonte primaria di energia. Successivamente verso la metà del secolo scorso il petrolio e il gas naturale hanno assunto un ruolo fondamentale, fino a quando è emersa una nuova forma di energia: il nucleare.

Fino alla fine del Ventesimo secolo le fonti di energia maggiormente usate sono rimaste le stesse.
L’attuale crescita della produzione nazionale hanno messo il carbone in secondo piano nella produzione di elettricità. In generale, petrolio, gas naturale e poi il carbone hanno fornito più dell’80 per cento dell’energia primaria nell’ultimo decennio.

Gli Stati Uniti hanno deciso di cambiare rotta, ovvero tornare al carbone come fonte primaria di fornitura energetica. Trump ha affermato che gli Stati Uniti necessitano del carbone per poter rendersi indipendenti nella produzione di energia al fine di soddisfare il proprio fabbisogno nazionale. Ma non solo gli Stati Uniti, la Cina vuole seguire questa iniziativa economico/produttiva.

Il primo ministro cinese, Li Keqiang, che aveva assicurato che Pechino avrebbe mantenuto le promesse fatte nella lotta ai cambiamenti climatici, non ha rispettato gli accordi. Stando infatti alle statistiche diffuse dal governo cinese, nei primi mesi dell’anno la produzione di carbone è cresciuta di oltre il 4% rispetto a un anno fa, un +14% se consideriamo che nello stesso periodo dell’anno la produzione di carbone in Cina era calata dell’8%.

Sebbene nella Repubblica Popolare venga bruciata circa la metà della produzione mondiale, negli ultimi tempi Pechino aveva infatti ridotto la propria domanda di carbone, attraverso un grande piano d’investimenti in energia solare ed eolico. Pechino principalmente punta ad investire nel settore delle energie rinnovabili, con ben 360 miliardi di dollari entro il 2020, ma al momento la produzione non soddisfa la richiesta. Rimangono oltretutto i problemi legati alla dispersione energetica e alla connessione degli impianti alla rete.

Ma cosa accade all’ambiente in tutto questo? L’estrazione del carbone, rappresenta infatti il primo passo del ciclo di vita di uno dei combustibili fossili più inquinanti e climalteranti, capace di portare dietro di se una serie di effetti concatenati sull’ambiente, andando dalla deforestazione, al rilascio di una grande quantità di materiali tossici e soprattutto di metalli pesanti, sia sulla idrosfera che sulla litosfera. Si tratta di un processo capace di lasciare dure ferite lunghe decenni sui territori anche esaurita la fase estrattiva di sfruttamento.  La fase estrattiva del carbone infatti, provoca fuoriuscite di metano in atmosfera, che diviene così un gas climalterante con un potere di oltre 20 volte superiore alla CO2.

A tutto questo come sappiamo ci sono gli effetti sanitari, che ogni giorno riempiono tristemente le “cronache nere e grigie fumo” dei giornali. Una immagine su tutte che mi viene in mente, seppure non proveniente dalla fase estrattiva, i parchi minerali di carbone della ILVA di Taranto, desolatamente scoperti ed esposti pienamente ai fenomeni anemologici che fanno precipitare enormi quantità di materiale particellare sulla devatstata città di Taranto. La inalazione diretta di polveri di carbone, tipica della attività estrattiva, è dilagante da sempre proprio nei minatori e nelle comunità limitrofe, con l’antracosi, detta anche malattia del polmone nero.

I minatori, muoiono a migliaia da decenni per i tanti incidenti in miniera. Solo negli Stati Uniti, si stima che siano oltre 1.200 persone ogni anno le persone che muoiono di antracosi, con situazioni ben più gravi nei Paesi in via di sviluppo. Tassi decisamente più alti del normale, sono stati riscontrati nelle zone minerarie anche relativamente alle malattie cardiopolmonari, con ostruzioni croniche dei polmoni, ipertensione e malattie renali.

Claudio Lauretti