In un mondo sempre più “internettizzato”, la scienza moderna passa sempre di più dai social network, diventando anch’essi un “ricercatore scientifico”, favorendo, attraverso le interazioni degli utenti, la stessa ricerca, dando la possibilità di apportare le proprie competenze, conoscenze ed intuizioni. Se consideriamo che un utente americano su quattro segue ed interagisce su pagine dedicate alla scienza., non solo di determinati argomenti, ma come interesse generale

A questa la conclusione cui sono giunti gli studiosi del Pew Research Center monitorando i contenuti delle 30 più popolari pagine a tema scientifico sul social network fondato. Il maggiore coinvolgimento degli utenti si registra nei post incentrati su elementi visivi con poche informazioni aggiuntive. Quasi la metà degli utenti social americani afferma che è sui social network trova notizie dal mondo della scienza con le quali altrimenti non entrerebbe in contatto. Circostanza che dovrebbe portare a qualche riflessione da parte di chi si occupa di scienza sui media tradizionali.

Non è però tutto oro ciò che luccica. Dobbiamo evidenziare un dato importante.
Sì, perché solo un post su tre tra quelli pubblicati su queste pagine social si occupa effettivamente di raccontare nuove scoperte scientifiche. Infatti dedicato a questi argomenti è il 39% dei post delle pagine native e il 15% di quelle multipiattaforma. Quello che manca, invece, è l’attenzione al dibattito scientifico contemporaneo, specie su alcune tematiche controverse. Solo l’1% dei post è dedicato all’editing genetico, poco di più al cambiamento climatico, inteso come argomento a sé stante e non legato alla necessità di sviluppare energie alternative a quelle fossili, sulle stesse percentuali anche gli aspetti di innovazione sanitaria, qualche punto in più invece lo hanno le sperimentazioni (per via delle battaglia animaliste).

Quindi condividere è fondamentale.Non è solo un esigenza della sempre crescente della nostra società, ma anche un aspetto cruciale per il progresso della scienza. Da una piena e diffusa condivisione dei dati della ricerca può dipendere, infatti, non solo un migliore sfruttamento delle risorse economiche ed umane, ma anche la possibilità di testare nuove ipotesi, verificare eventuali errori sperimentali, validare nuovi strumenti d’analisi e software e pianificare al meglio studi futuri. Nell’ultimo decennio la comunità scientifica internazionale sembra aver acquisito una maggiore consapevolezza dell’importanza di una disponibilità integrale dei risultati della ricerca. Tuttavia, sono ancora pochi e parziali gli studi che hanno affrontato il problema con un approccio quantitativo. Di fatto, non sono ancora disponibili vere e proprie analisi del grado e delle modalità di condivisione dei dati nei principali campi di ricerca. Una lacuna importante, se si considera l’apporto che questo tipo di studi può dare sia per mettere a fuoco i problemi che limitano la disponibilità di nuove conoscenze che per sviluppare nuove e più efficaci strategie di condivisione. 

Claudio Lauretti

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